C'è tempo

By @pataxis5/12/2018ita
C'è tempo

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.
C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.
C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.
Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.
C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.
C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Bellissima canzone di Ivano Fossati, compresa nell'album del 2003 Lampo viaggiatore. L'ascoltavo stamattina, scelta per me da Mr. Random, l'omino piccolissimo che vive dentro al mio iPod e si attiva quando seleziono "brani casuali". Spesso l'omino sonnecchia e va un po' a caso, ma altre volte si diverte a osservarmi mentre vivo e lavoro, spignattando o correggendo, nella mia cucina. Così ogni tanto mi manda dei pensierini, pezzi di musica scelta apposta per me, in quel momento. Come oggi.


Il tempo è una variabile determinante nella vita di ciascuno di noi. Direi anzi che è LA variabile, come avevano capito molti più grandi e intelligenti e profondi prima di me. Orazio, per dire, o Seneca, o Leopardi o infiniti altri, compreso Fossati che ha il dono della poesia e della musica. Forse l'ha capito persino l'omino, che stamattina deve avermi visto intenta in un'operazione domestica umilissima e forse sciocca, per lui che vive dentro un prodotto très smart della tecnologia moderna. Tagliavo guanti di gomma.

A casa mia non si buttava niente. I miei nonni, tutti e quattro di cultura contadina anche se di zone diverse, avevano vissuto i tempi bui della guerra e avevano imparato a riutilizzare tutto il riutilizzabile. I nonni materni, trasferitisi a Roma molto presto, erano operai e dovevano far fronte alle necessità di due figlie piccole da vestire e sfamare (mio zio nacque a guerra finita). Così dai ricordi di mia madre so che mia nonna ricavava cappottini per loro dalle giacche logore del marito, che lui conservava la carta dello zucchero per foderare i loro libri scolastici. E che con le sue mani d'oro riparava, costruiva, inventava. Quindi, anche quando l'avvento della plastica e di molte altre trovate moderne portò nelle case un nuovo assetto consumistico, loro continuarono a riciclare e a riparare.

Una delle abitudini che quei tempi hanno portato fino a me è quella di trasformare i guanti da cucina bucati in elastici, che se non sono molto belli esteticamente sono però molto resistenti. Così, tra le pieghe delle mie riflessioni odierne, oggi vi regalo questo trucchetto antico, sempre che non lo conosciate già.
Che cosa serve? Ovviamente dei guanti da buttare e solo un paio di forbici affilate (che col passare del tempo e di questo utilizzo, ahimé, perdono efficacia).

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Piegare il guanto su se stesso nel senso della lunghezza e tagliare striscioline di circa 1 cm fino ad arrivare alla base delle dita:
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Naturalmente, continuando a tagliare anche le dita si ottengono elastici piccoli, da utilizzare come rondelle su barattoli o cose del genere. E, poiché l'inventiva non ha limiti, mia nonna teneva anche un dito intero da usare per proteggere le mani quando puliva o tagliava la verdura:
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Abbiamo finito? Se non avete altro da riciclare sì, ma se per caso vi avanza una scatoletta del the potrete usarla come contenitore dei vostri elastici:
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Carino, no? Se siete ancora più bravi e avete persino una vena artistica, nulla vi vieta di foderare la scatoletta con carta colorata. Io ho deciso che, stando nascosta in un cassetto caotico della mia cucina, poteva andar bene anche così.

Tutto molto bello, utile, oggi persino politicamente corretto ed ecofriendly. Ma c'è un limite alla conservazione della materia? Sì, dico io. Deve esserci per forza un momento in cui guardarci intorno e vedere con occhi nuovi il cumulo di frescacce accumulate in anni di "non-si-sa-mai-potrebbe-servire". A cosa mai potrebbe servire un fermacarte orripilante di vetro scheggiato con stampato su il nome di un medicinale che oggi magari manco esiste più? Mio padre era medico e riceveva gadget di questo genere, oggi ancora reperibili da qualche parte a casa di mia madre, infilati in perfetto ordine lei sa dove e soprattutto perché. Deve arrivare il giorno benedetto in cui ci prendiamo la libertà di buttare via qualcosa dalle nostre case, con buona pace dei fantasmi dell'educazione, perché altra legge immortale della Fisica è quella dell'impenetrabilità dei corpi. Quindi o loro o noi, no? Da me, da sempre, si vive un'eterna lotta domestica tra i componenti più conservatori della famiglia e quelli più gettatori. Io cerco di trovare un equilibrio che però sento sempre instabile, dettato un po' dai legami affettivi con gli oggetti e un po' dalla pigrizia di dover mettere ordine in decenni di accatastamento. Il capitolo armadio e vestiti ormai stretti, tuttavia, lo lascerei da parte perché afferisce ad altra tristissima questione, che è quella del "domani mi metto a dieta".
In questa lotta intestina ogni tanto cedo, perché ad esempio mia madre, nonostante l'età, ha energie molto più infaticabili delle mie, specie sulle cause di principio. Quindi mi ritrovo oggetti fatti con le sue mani e la sua inventiva, che mi rassicurano anche sulla sua lucidità e sul fatto che trova un modo sano per passare il suo tempo. Un altro esempio? Il block notes fatto con fogli di carta da refuso, ritagliati e passati sotto la macchina per cucire in modo da garantirne lo strappo:

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Che cosa c'entra il tempo, in tutto questo conservare riciclare buttare e rinnovare? Beh, al di là delle lodevolissime intenzioni di resistenza al consumismo sfrenato e dei desideri di salvare il pianeta dai nostri rifiuti, c'è un aspetto legato alla nostra maggiore o minore capacità di gestire i legami col passato. Almeno io lo vedo in molte persone, così come vedo l'atteggiamento opposto, di chi butta tutto, senza fermarsi a sentire la perdita di un ricordo. Io, come ho detto, cerco un equilibrio difficile e quando mi accorgo di tenere qualcosa per paura di perdere i pezzi di un affetto, mi metto a canticchiare tra me e me, per rassicurarmi che "è tempo che sfugge, niente paura, che prima o poi ci riprende, perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo, per questo mare infinito di gente..."


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Tutte le immagini sono di mia proprietà.
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